PAUSE



Architettura, pianoforte e fotografia: luoghi dell’interpretazione.

Nell’inverno del 1977, conseguito quasi contemporaneamente un diploma in Pianoforte e una laura in Architettura, indeciso su quale delle due strade proseguire e un po’ depresso riguardo le prospettive del mio futuro, ebbi l’inattesa opportunità di trascorrere un periodo di due mesi a New York città dove non ero ancora mai stato ma che rappresentava ancora all’epoca per tutti noi giovani provinciali un luogo esotico e fantastico.

Il periodo trascorso in quella straordinaria città si rivelò per la mia vita, molto più importante di quanto avessi mai potuto immaginare prima di partire. Lo stupore e l’eccitazione per l’architettura globale di Manhattan, e la scoperta dei grandi maestri della fotografia americana se da un lato fecero nascere una passione nuova per il mondo visuale dall’altro, per ragioni che allora mi erano oscure, risolsero definitivamente le mie indecisioni indirizzando decisamente la mia esistenza verso la musica, nonostante quell’intensa e prolungata ubriacatura architettonica.

Ho trascorso questa lunga pausa che mi separa oggi da quel fatidico viaggio, facendo fotografie per diletto e suonando e insegnando il pianoforte per professione.

E’ stato proprio con i miei studenti di pianoforte che a poco a poco ho scoperto quanto il mondo visuale possa essere più adatto della parola ad esprimere alcuni elementari principi musicali, quanto lo spazio pianistico sia concettualmente simile a quello fotografico e perché quella lontana avventura fra le architetture di New York avesse così prepotentemente influenzato il mio rapporto con il pianoforte.

Pianoforte e fotografia hanno alcuni elementi primordiali in comune: un tasto che si abbassa, un’azione che non può più essere modificata, una scelta che anticipa necessariamente quest’azione e una pausa più o meno lunga e apparentemente inerte che la segue. Questo spazio che si frappone fra una nota e l’altra è elemento fondamentale del linguaggio pianistico, è il luogo dell’immaginazione tanto per l’esecutore che per l’ascoltatore; come in una architettura determina le distanze fra gli oggetti rendendone naturale la lettura e la prospettiva.

Parlare agli studenti in termini di spazio anziché di ritmo ha reso molto più comprensibile e naturale il gesto pianistico e il pensiero che lo precede. La presa di coscienza di questo spazio grande o piccolo che sia, delle infinite possibilità che esso genera sia in termini muscolari che immaginifici e della libertà che ne consegue li ha molto aiutati. Credo che la fotografia sia in questa ottica sintesi assoluta di quello che potremmo definire “spazio dinamico” grazie alla sua capacità di rendere fissa ed osservabile nel tempo un’azione che si muove alla velocità della “luce”. Il pianista compie infinite volte questa operazione e più riesce a comprenderla e a padroneggiarla diciamo “visivamente”, più la sua esecuzione risulterà naturale. La grande musica come qualsiasi forma alta d’arte non può essere affrontata in termini di spontaneità e improvvisazione, ma richiede una chiave di lettura sofisticata e al tempo stesso di facile comprensione. Diciamo che la fotografia è da questo punto di vista… un perfetto libretto d’istruzioni.

Recentemente ho trovato, dimenticato in un cassetto, il primo rotolino di diapositive che avevo scattato dopo il mio arrivo a New York in quel lontano 1977. Quando dopo tanto tempo ho rivisto quelle immagini, scattate una domenica mattina piena di sole di tanti anni fa, le ho accostate al mio universo attuale e ho immaginato le infinite vite non vissute in quella lunga pausa come le infinite vie che corrono fra una nota e l’altra di una bagatella di Beethoven, cattedrali di possibilità, magnifiche architetture sonore immaginarie.



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