IL GIARDINO DELLA MUSICA



Qualche anno fa, al momento del trasferimento del Conservatorio nei nuovi spazi dell’ex Convitto Tolomei, anzi più precisamente in occasione di una visita al cantiere nei mesi precedenti il trasferimento, fui incuriosito e sorpreso dal fatto che i lavori non interessassero anche alcuni locali a pianterreno che davano accesso ad un piccolo giardino attiguo ai più vasti orti de’ Tolomei. Le stanze erano al momento ancora collegate al resto del complesso in ristrutturazione tramite un’apertura incustodita, così potei accedervi anche se un po’ furtivamente. Tutto giaceva in completo abbandono e la presenza di diversi arredi polverosi ammassati con pezzi di vecchi manichini dava al luogo un aspetto fatiscente ma al tempo stesso estremamente affascinante.

Guadagnai rapidamente l’uscita verso il giardino che per primo aveva attratto la mia attenzione e mi affacciai su uno spazio composito invaso dalla vegetazione che mi apparve subito ancora più avvolto nel mistero dell’interno. Fortemente impressionato da quella visione aggrovigliata ma sentendo di non potermi trattenere a lungo in quel luogo decisi di fare rapidamente delle foto nonostante l’ora tarda e la debolissima luce. Tutto avvenne in pochi minuti e senza troppo riflettere ma quelle foto fatte di getto si rivelarono in seguito determinanti per l’interpretazione, la scoperta e il definitivo recupero di quegli spazi pieni di meraviglie.

Nell’immediato futuro non potei più accedere ai locali perché la porta di comunicazione era stata murata poco dopo la mia visita furtiva. Alle mie indispettite richieste di informazioni era stato risposto che quegli spazi compreso il giardino erano destinati ad una scuola di danza, che i lavori di ristrutturazione in tal senso sarebbero presto iniziati e che noi del Conservatorio dovevamo essere contenti della bella sede ottenuta e pensare per il resto solo alla musica.

Così, impotente ad intervenire direttamente in alcun modo sulla vicenda, mi rassegnai a seguire il consiglio, seriamente intenzionato a dedicarmi piuttosto ai miei vecchi studi psico-fografici degli abissi delle sonate di Domenico Scarlatti. Ripresi così in mano le foto fatte in quel tardo pomeriggio estivo, che fin dal primo momento mi avevano trasmesso una forte per quanto non ben identificata suggestione musicale. Al secondo esame però quella vaga sensazione si concretizzò improvvisamente e apparve con evidenza talmente abbagliante da non capire come potesse essermi sfuggita mentre scattavo le foto: La Regina della notte, Il Flauto Magico, Mozart! I tre elementi costituitivi dell’opera mozartiana convivevano in quelle immagini: il fiabesco, la contrapposizione illuministica fra lumi e tenebre e la simbologia massonica.

Cercai subito di saperne di più sulla storia di quel luogo. Cercavo in quell’antico progetto architettonico conforto alla mia immaginazione. Appresi così che l’artefice era stato il grande architetto Agostino Fantastici (1782-1845), intellettuale senese animato da ideali illuministici e neoclassici, incaricato giovanissimo dal governo francese, presente a Siena dal 1801 al 1814, di trasformare il convento di S. Agostino in un liceo. Il progetto presentato nel 1812 era stato realizzato però soltanto dopo la caduta del governo francese quando i padri scolopi, divenuti proprietari dell’immobile, trasferirono in quegli spazi il collegio Tolomei.
Fra il 1816 e il 1818 dunque il Fantastici poté ristrutturare adattandolo ai nuovi scopi il vastissimo complesso del convento aggiungendo però ex-novo un grande portico d’ingresso a nord ed una piccola porzione, aggettante su un giardino, a sua volta sopraelevato rispetto al piano stradale, sul lato occidentale dell’edificio. Dunque il giovane architetto massone aveva voluto siglare il suo primo lavoro di semplice adattamento di un immobile preesistente con una piccola ma complessa architettura originale dall’evidente struttura simbolica.

Presi queste poche informazioni sul Fantastici come una conferma delle mie impressioni “mozartiane” riguardo al giardino. Tutto adesso pareva rispondere perfettamente ad una simbolica contrapposizione orizzontale fra due mondi, la luce e l’ombra, il razionale e l’irrazionale, il vero e il falso, con i confini resi ambigui dal velo nero disteso dalla Regina della notte. La lunga scala rettilinea di accesso, simile all’ingresso di una tomba egizia ma inversa, si confrontava alla bella armoniosa scala elicoidale che porta ai locali interni, in un gioco evidente, almeno per me, di moto finito ed infinito; i sette immensi lecci sul lato sinistro della scala, neri e ombrosi, delimitati da un alto muro privo di orizzonte, suggerivano una contrapposizione originaria con la parte destra, adesso avvolta nella vegetazione e minacciata da altissimi improbabili cipressi americani, ma un tempo invasa dalla luce, aperta e affacciata su innumerevoli timpani, occhi divini della città; un dettaglio architettonico della prima scala, che prima appariva come un semplice bugnato decorativo, una piccola piramide di laterizio usata alternativamente con la parte cava o quella sporgente rivolta all’esterno, simboleggiava adesso un’infinita alternanza di vuoto e pieno, di tutto e di nulla.

Il gioco dei numeri e delle geometrie era ormai svelato. Sette erano anche le finestre che affacciavano sul giardino e i sette lecci disegnavano con la loro posizione dei triangoli, forse quattro come quelli di una piramide.

Freneticamente preso a trovare contrapposizioni orizzontali fra i due regni della notte e del sole, della regina e del sacerdote avevo completamente trascurato la lettura verticale che pure sostanziale è nell’opera di Mozart. La contrapposizione tra il mondo semplice e popolare di Papageno e quello del potere rappresentato dai due regni che in quest’ ottica pur apparentemente contrapposti si equivalgono. Le foto svelarono a poco a poco anche questa dimensione.

Quel giardino addormentato, pur invaso da una vegetazione scura e impenetrabile vibrava di una luce proveniente dall’esterno che lo animava suo malgrado. Una grande parete priva di aperture posta ad occidente rifletteva infatti su quel luogo desolato la luce proveniente da oriente illuminando quasi artificialmente quel campo di battaglia senza vincitori né vinti. Sotto quella parete scorreva la vita di tutti i giorni di una piccola città di provincia, passavano gli autobus e noi tutti Papageni li prendevamo infischiandocene di quella astratta lotta fra il potere delle tenebre e quello della luce che si svolgeva poco sopra le nostre teste,consapevoli o meno che saremo comunque sempre noi coi nostri difetti e le nostre Papagene a dare vita e continuità al mondo.

La cosa che mi sorprendeva di più in quelle immagini, era comunque il fatto che la vegetazione spontanea nata in un piccolo lembo di terra toscana avesse preso le sembianze di una lussureggiante natura orientale popolata di papiri, palme e serpenti velenosi. L’Egitto era ormai evocato con le sue sfingi e le sue piramidi. La curiosità di sapere cos’altro si nascondesse all’interno di quelle stanze, percorse fuggevolmente un’unica volta, non era più controllabile. Non sapevo in quel momento che le “scoperte” massoniche del giardino e il prurito di conoscenza derivatone, avrebbe portato anche me, novello Tamino, a brancolare a lungo nel buio e a dovere infine sostenere perfino le famose tre prove iniziatiche, anche se, devo ammettere, con risvolti decisamente più prosaici.

Il definitivo trasferimento del conservatorio e la quasi contemporanea apertura del cantiere nei locali a pianterreno mi dettero l’inattesa opportunità di entrare nuovamente in quelle stanze misteriose. Ma tutte le mie esotiche attese vennero in un attimo brutalmente deluse. Quei luoghi che erano apparsi la prima volta pieni di mistero erano adesso un incolore ammasso di calcinacci e di orrendi tubi colorati che correvano come serpenti lungo tutti i pavimenti divelti. L’abbattimento di una lunga parete aveva completamente eliminato un corridoio che ricordavo di aver percorso la prima volta con una certa arcana elettrizzante inquietudine. Orrendi squarci sormontati da longarine erano stati aperti in altre stanze, suppongo per supplire al perduto corridoio. Pareti di forati erano state frettolosamente alzate spezzando miseramente quei volumi un tempo nobili.

La delusione cocente smontò in un attimo anche tutte le mie precedenti, avventate elucubrazioni sul significati simbolici del giardino. Come poteva quell’ammasso di macerie essere il tempio massonico che avevo immaginato concepito da un illuminato giovane architetto 200 anni prima?

Ancora una volta persi ogni energia e nuovamente pensai di ascoltare l’iniziale consiglio di tornare ad occuparmi solo di musica. Ancora una volta scattai comunque qualche fotografia e nuovamente nel chiuso della mia casa, lontano dalle macerie e dalla polvere quelle immagini riaccesero più di prima le mie fantasie.

La fotografia ha la paradossale capacità, circoscrivendo lo spazio, di dilatarlo viceversa all’infinito agendo direttamente sulla nostra immaginazione. Al di là dei quattro margini di una foto tutto può esistere, tutto può accadere; e anche in profondità ogni minimo dettaglio può essere ingrandito fino all’inverosimile in un eccitante infinito “blow-up”.

Quelle pareti lacerate che durante la mia ultima visita erano apparse banali e desolate, sullo schermo del computer si materializzarono mortalmente ferite ma nuovamente misteriose e vive. Quegli squarci violenti e polverosi rivelarono una volta ingranditi tracce di colore, di graffiti e suonarono per la mia immaginazione sovraeccitata come il grido di dolore del tempio profanato.

Realizzai improvvisamente con stupore e un po’ di disgusto di precipitare a poco a poco dentro quel film di cui credevo essere solo spettatore, di entrare inesorabilmente in quella rappresentazione architettonica del “Flauto Magico” che pensavo di aver solo immaginato. Il disgusto derivava dal non identificarmi più soltanto nell’incorporeo, ingenuo e nobile Tamino ma anche in quel moralista di Sarastro pronto a spazzar via gli inconfessabili ma intriganti misteri della luna pur di ripristinare la luce, il sole, l’ordine. Sapevo che questo significava sprofondare in quella odiosa lotta di potere, ma non sapevo più come tornare fra i Papageni e…in fondo, mi ripetevo, non era che un film!

Improvvisato Don Chisciotte discussi dunque animatamente con una malcapitata amica incidentalmente architetto e direttore dei lavori nonché inconsapevole momentanea Regina della notte. Bleffai clamorosamente sostenendo di essere sicuro che quegli ambienti devastati fossero tutti affrescati con immagini egizie, massoniche e azzardai addirittura rappresentazioni della luce e dell’ombra senza avere la benché minima preparazione su questi simbolismi esoterici.

Forte soltanto di quelle foto e delle mie fantasie proposi nientemeno che abbattimenti di alberi, abbandono dell’idea di una scuola di danza, conseguente revisione del progetto con tanto di muri abbattuti e altri ricostruiti, e costoso restauro degli ipotetici affreschi. La fortuna e due vecchi amici architetti, forse commossi da tanta spudoratezza e pronti ad alleggerirmi un po’ delle odiose vesti di Sarastro, mi aiutarono non poco in questo impervio cammino che si rivelò esatto al di là di ogni aspettativa.

Gli affreschi liberati con sapienza svelarono il mondo che avevo vagheggiato. Incredibilmente il tempio tornò alla luce con le due stanze laterali impercettibilmente evocanti alba e tramonto e la piccola stanza centrale come ago della bilancia di questo mondo costellato di occhi e altri simboli massonici. Una sorpresa raggelante quanto non prevista: l’orrido squarcio nella stanza del sole sorgente aveva spazzato via di netto la figura del Faraone lasciando sola la consorte con la sua ormai inutile chiave di volta ancora nella mano. Dunque anche la premessa del Flauto Magico era stata rispettata in quel racconto architettonico, il sole era irrimediabilmente morto, la Regina rimasta sola imperversava impazzita in cerca della figlia e di un nuovo compromesso.

Restava un’ultima prova, senza dubbio la più complicata: affidare alla musica quel mondo ritrovato e restituire equilibrio a quell’universo simbolico tormentato da troppe alternanze. Vittorioso ma giustamente sempre più isolato e malvisto per la mia esaltazione, ormai compenetrato perversamente nella parte sacerdotale decisi di perpetrare anch’io come Sarastro un rapimento. Due pianoforti caduti dal cielo, uno dalla voce crepuscolare, l’altro dai colori luminosi, mi aiutarono nell’impresa. Occupai abusivamente quel tempio intenzionato a incatenarmi a quei tasti al minimo tentativo da parte degli adepti di Astrifiammante di riprendersi il Settemplice Cerchio Solare. E tentativi ve ne furono molti negli anni che seguirono o almeno tali apparvero dentro il film dove mi ero mio malgrado infilato.

Fortunatamente la sera, tornando a casa riassaporavo con piacere il confortante profumo della vita reale e rivestendo i caldi panni di Papageno dimenticavo tutto o quasi. L’indomani nei luoghi incantati lo scontro irreale riprendeva, le Regine della notte si susseguivano senza tregua in cerca di uno spazio, del proprio regno perduto e gli allegri mortali continuavano ad infischiarsene.



  LOCANDINA